Ottobre mese della semina e del vino

il fascino del vino

Nell’antica Roma il mese di ottobre era consacrato all’aspetto agricolo del Dio Marte. Questa divinità non era soltanto legata alla guerra, ma anche al lavoro dei campi.

La stagione della semina s’apriva nel terzultimo mese dell’anno, mentre nel terzo mese s’avviava il tempo della guerra, che durava da marzo ad ottobre.

Gli antichi romani percepivano la guerra e l’agricoltura come due ambiti della lotta per la sopravvivenza ed il Dio della lotta, appunto, era Marte. In entrambe queste attività bisognava avere forza e tecnica per riuscire e poter conseguentemente cogliere i frutti del proprio impegno.

Tra gli alimenti principali della società romana, risaltano i cereali ed il vino.

La semina dei primi interessava la stagione autunnale, come ancora accade oggi. Questa operazione era anticipata dalla preparazione del terreno da parte dei contadini. Gli addetti all’aratura smuovevano la terra tracciando dei solchi; nonostante l’utilizzo dei buoi per tirare l’aratro, erano comunque necessarie braccia forti e salde per compiere questa operazione. Successivamente si procedeva ad appianare il terreno, rompendo le zolle più grosse. Infine si piazzavano i semi, praticando dei fori con le dita nella terra che doveva ospitarli, per poi ricoprirli. A ragione di quanto detto, erano necessari uomini marziali, piuttosto che intellettuali, per compiere questi lavori, oggi invece semplificati dall’utilizzo di macchine quali l’erpice, la seminatrice e la mietitrebbia.

Tutto questo apparato di azioni aveva un valore spirituale, pertanto era accompagnato da feste e sacrifici in onore degli Dei protettori dei campi.

Le feste di Ottobre degli antichi

il vino negli antichi Tra le antiche feste romane di ottobre, legate all’agricoltura, suscita curiosità quella nota con il nome di “Meditrinalia”.

Varrone (autore latino vissuto tra il II ed il I sec. a.C.) ne parla come di un uso antico e dimenticato, dalle origini misteriose, ma con Augusto questa festa venne ripristinata e riportata in auge. In questo giorno (11 ottobre), si beveva il vino, bevanda considerata sacra a Giove, il Dio definito Ottimo e Massimo dai romani, motivo per il quale nello stesso momento gli si svolgevano offerte. La radice della parola vinum era la medesima di venia (si noti la presenza del nesso consonantico “vn”) e di Venus, Dea dell’attrazione. La venia era considerata una energia magnetica, avente la magica virtù di attrarre: ed infatti il vino era utilizzato sia per sciogliere le inibizioni e dedicarsi ai piaceri dei banchetti e della “Venere”, sia per evocare gli Dei insieme al profumo di incenso, prima di iniziare qualsiasi rito sacrificale.

Da ciò che riportano gli autori antichi (Varrone e Festo), il nome della festa proverrebbe dal verbo latino mederi, che ha significato di guarire ed infatti nell’atto di offrire parte del vino agli Dei e parte berlo il praticante, si pronunciava la formula rituale: “novum vetus vinum bibo, novo veteri morbo medeor”, ossia “bevo il vino nuovo e il vecchio e così curo il male nuovo ed il vecchio”.

La curiosità degli storici sta nel comprendere come venisse svolta questa miscela di vino vecchio e nuovo. Premesso che i vitigni antichi erano differenti da quelli moderni, si potrebbe ipotizzare che il novello fosse già pronto all’undicesimo giorno di ottobre e che quindi venissero miscelati vino novello e vino dell’anno precedente, convinti così di poterne sprigionare un particolare potere terapeutico.

Secondo altri studiosi, poiché l’antico trattato sull’agricoltura del romano Columella, insegna a correggere il vino mischiandolo con del mosto cotto, può darsi che il vino nuovo venisse “risanato” con le rimanenze del mosto cotto dell’anno precedente, e che pertanto tale operazione sprigionasse un potere terapeutico utile anche all’uomo. Quest’ultima ipotesi potrebbe avere riscontro nell’uso, ancora vivo in alcune regioni d’Italia quali Marche ed Abruzzo, di cuocere il mosto per preparare una bevanda dolce chiamata localmente “vino cotto”, il quale a volte viene conservato per rimboccare, l’anno successivo, il nuovo mosto quando è ancora concentrato e non fermentato.

Le origini del vincotto

In Puglia ed in Calabria si produce il vincotto, un prodotto diverso da quello appena descritto, poiché quest’ultimo è invece ottenuto dalla riduzione, a fuoco lento, del mosto fresco d’uva fino a raggiungere la consistenza di uno sciroppo dolce, dal gusto rotondo, utilizzato per creare dolci e bevande, considerati avere proprietà salutifere, motivo per il quale si somministra sia a bambini che ad anziani.

Il già citato Columella approfondisce l’uso e la realizzazione del vincotto. Egli spiega che quando il mosto d’uva era ridotto di un terzo, prendeva il nome di defrutum, quando invece lo si conduceva, sempre a fuoco lento, a ridursi la metà, veniva chiamato sapa. Il mosto cotto era utilizzato per arricchire piatti a base di carne e torte, spesso gli si aggiungeva del miele, anch’esso identificato come prodotto salutifero: del resto oggi sappiamo che il miele è un perfetto antibiotico naturale.

Probabilmente nei diversi luoghi d’Italia si applicavano metodiche differenti per mescere il vino vecchio con il nuovo nelle feste appellate Meditrinalia, da ciò deriverebbero le eredità ancora oggi vive di vino cotto al centro e vincotto al meridione. Certo è che ieri, come oggi, il vincotto è sinonimo di buona medicina domestica!

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